lunedì 5 gennaio 2015

Una pecora per salvarci dalla tecnologia!

Molti problemi come alcuni mal di testa, male al collo o mal di schiena possono essere legati alla postura che assumiamo durante la giornata. Soprattutto se trascorriamo molte ore al computer o sui libri, spesso non ci rendiamo conto di ignorare i normali segnali che il nostro corpo ci invia. Avete presente quel gesto automatico di spostare il peso da un piede all’altro quando stiamo a lungo in piedi? Ecco, il nostro corpo ci sta dicendo “Fai lavorare un po’ l’altro lato del corpo, questo è un po’ stanco!”. Quando siamo al pc, concentrati sul nostro lavoro, rimaniamo per ore nella stessa posizione, magari belli incurvati sopra alla tastiera, o con un piede sotto al sedere, disegnando un bella stradina di montagna al posto della nostra colonna. I polsi rimangono in tensione, mentre scriviamo o impugniamo il mouse, così come le dita. E gli occhi? Sbattiamo molto meno le palpebre, diminuendo la normale idratazione dell’occhio e i muscoli oculari si muovono di pochi cm a destra e a sinistra, tanto quanto la grandezza del nostro schermo, raramente lasciamo che i nostri occhi mettano a fuoco qualcosa che è più lontano o più vicino dello schermo. In sostanza, ci affatichiamo nel peggior modo possibile: praticamente non muovendoci. Certo, come sempre una generale attività fisica ci aiuta a rinforzare i muscoli posturali e quindi a essere meno ‘gobbi’, ma questo non risolve le lunghe ore di immobilità o quasi. Come risolvere il problema? Oggi voglio consigliarvi una soluzione che ho trovato in questo periodo in cui sono costretta, per lavoro, a passare ore e ore seduta al pc. Sono una di quelle persone che quando si concentrano, cadono in una sorta di trance, quindi si dimenticano di mangiare o di bere, fino a che guardano l’ora e realizzano che sono passate più di 5 ore dall’ultimo spuntino, non ricordano l’ultimo sorso d’acqua o l’ultima volta che hanno sentito la propria voce. Però anche il problema opposto si può presentare: avete presente quando dovete assolutamente finire un lavoro e vi ritrovate a vagare su siti vari, Facebook, come fare a togliere una macchia di inchiostro di colore verde rame da una camicetta di seta vintage e cose del genere…poi guardate l’ora e il pomeriggio è volato senza che ve ne rendeste conto? Ecco. Se fate parte dell’uno o dell’altro gruppo (o di entrambi!) ecco la soluzione che fa per voi. Ho scovato in rete questo programmino gratuito che si chiama Workrave (traduzione libera: “delirio da lavoro”) di cui troverete il link in fondo al post. Cosa fa? Dunque, è completamente personalizzabile secondo le proprie esigenze. Semplicemente si tratta di una simpatica pecorella che ogni tot minuti vi consiglia di prendervi una pausa. Ci sono due tipi di pause, durante le quali il computer si blocca e siete obbligati a smettere di lavorare: le ‘micropause’ e il ‘riposo’. Le micropause sono più frequenti e molto brevi (ad esempio io ho impostato una micropausa di 30 secondi ogni 5 minuti di attività), mentre i riposi sono più distanti nel tempo e più lunghi (le mie impostazioni sono 10 minuti di pausa ogni 45 minuti di attività). Cosa succede durante le pause? Diciamo che ognuno nelle sua pause fa quel che vuole, comunque le micropause, essendo brevi, ricordano magari di bere un sorso d’acqua, controllare l’ora, buttare un post it vecchio nel cestino oppure semplicemente chiudere gli occhi e stiracchiarsi un po’. Nei riposi, il programma stesso suggerisce per il primo minuto degli esercizi da fare, stando seduti, come muovere le spalle, muovere gli occhi, muovere le dita delle mani. Personalmente io vado a farmi una tazza di tè, scambio due parole con chi incontro, torno alla mia postazione, appoggio la tazza, vado a piedi fino al primo piano, risalgo fino all’ottavo e torno al settimo, dove c’è il mio ufficio. A questo punto ho di solito ancora uno o due minuti per godermi il mio tè! Insomma, basta che ci si imponga di alzarsi, fare due passi e guardare anche solo fuori dalla finestra. Cosa succede se si saltano le pause? Allora, le micropause possono essere ignorate, ma un segnale sonoro ti ‘sgrida’ quando non smetti di usare mouse o tastiera entro 30 secondi da quando esce la finestrella. Se proprio in quel momento non si può smettere si può cliccare il tasto ‘skip’ e saltare la micropausa senza conseguenze. Anche il riposo può essere saltato, sempre con lo stesso tasto, oppure può essere posticipato di qualche minuto. Chiaramente i segnali sonori possono essere esclusi e il programma può essere messo in pausa. C’è anche un timer generale che spegne il computer dopo un tot di ore di lavoro (anche qui, si può impostare). Io lo trovo odioso, soprattutto perché la prima volta che sono andata oltre il limite non capivo che cavolo stesse succedendo e stavo entrando in panico. Ecco, mia personale esperienza, magari a qualcuno può servire! Le micropause sono geniali nei momenti in cui stiamo vagando su internet invece di lavorare, perché ci ricorda che quello che pensavamo essere “controllo Facebook solo un attimo, cosa vuoi che sia” a volte è molto di più. 



Io mi trovo immensamente bene, anche se a volte, devo ammetterlo, può risultare irritante. Però penso sempre che è per il mio bene, perché le micropause giovano al mio lavoro e difficilmente mi viene mal di testa anche dopo ore seduta davanti al computer. Insomma, provare non costa nulla!
Spero questo post sia stato utile! Colgo anche l’occasione per augurare a tutti un meraviglioso inizio d’anno, anche da parte di Primula,
a presto,

Giunchiglia 

Ecco il link da cui scaricare il programma: http://www.workrave.org/

lunedì 17 novembre 2014

Dieta vegana e mal di testa: direttamente dai laboratori universitari

Un gruppo di ricercatori americani (Bunner, Agarwal, Gonzales, Valente, & Barnard), affiliati a diverse università (tra cui la California State University e la George Washington University) ha recentemente pubblicato uno studio riguardante gli effetti di una dieta vegana sui sintomi dell’emicrania. I ricercatori sottolineano che, ad oggi, solo pochi studi hanno dimostrato quanto il tipo di alimentazione sia importante nel trattamento dell’emicrania e nella gestione dei suoi sintomi. La maggior parte di questi studi, inoltre, ha avuto come scopo semplicemente quello di identificare quali sono gli alimenti che più comunemente possono scatenare gli attacchi di emicrania. Il loro studio, invece, si è posto come obiettivo quello di determinare gli effetti di una dieta vegana a base principalmente vegetale e a basso consumo di grassi. Cosa hanno fatto i nostri ricercatori? Hanno contattato una serie di persone con diagnosi di emicrania e le hanno selezionate in modo che il gruppo fosse omogeneo e non ci fossero altri fattori che potessero incidere. Hanno quindi ottenuto un campione di 42 persone adulte onnivore o vegetariane che assumevano latticini e uova e le hanno divise a caso in due gruppi. Entrambi i gruppi ricevevano lo stesso trattamento, ma in ordine diverso. In particolare i partecipanti venivano seguiti per 36 settimane di fila ed ecco cosa dovevano fare. Il primo gruppo iniziava con una dieta vegana a basso consumo di grassi (16 settimane) durante la quale gli alimenti che altri studi hanno provato possano scatenare attacchi venivano identificati. Dopo di che ai partecipanti veniva chiesto di tornare alla loro dieta consuetudinaria per le seguenti 4 settimane. Al termine della quarta settimana, ai partecipanti veniva somministrato un farmaco placebo, cioè veniva loro detto di assumere ogni giorno una capsula di un medicinale che, in realtà, era semplicemente un complesso vitaminico. Questo trattamento placebo durava, così come la dieta vegana, per 16 settimane. Il gruppo 2 fa esattamente lo stesso, ma inizia con le 16 settimane di trattamento placebo, poi fa le quattro settimane in cui torna alla vita normale per concludere con le 16 settimane di dieta vegana. Sembra complicato ma non lo è, ve lo riassumo con uno schema:

Gruppo1
Dieta vegana
Niente
Placebo (vitamine)
Gruppo2
Placebo (vitamine)
Niente
Dieta vegana

Tutto chiaro? Bene, proseguiamo. Durante l’intera durata dello studio, i partecipanti comunicavano la frequenza degli attacchi e l’intensità del dolore a ciascun attacco. Anche la dieta veniva controllata periodicamente dagli sperimentatori. I dati sono stati poi raccolti e analizzati con tecniche statistiche, che, in sostanza, permettono di confrontare le diverse condizioni a cui il gruppo è stato sottoposto, vedere se ci sono delle differenze e se queste differenze sono solo casuali oppure hanno davvero significato. 
Ed ecco cosa hanno trovato. Il loro campione nel periodo di dieta vegana ha riportato una significativa riduzione del dolore durante l’attacco e una diminuzione del numero di attacchi se confrontato con il periodo in cui veniva assunto il placebo. Perché? L’emicrania sembra essere causata da infiammazioni e vasodilatazione. Ora:
1. diversi alimenti vegetali hanno un alto contenuto di elementi anti-ossidanti e anti-infiammatori
2. la dieta vegana esclude uno dei maggiori fattori scatenanti dell’emicrania: i latticini
3. la carne ha riconosciute proprietà infiammatorie
Fate due più due e il gioco è fatto. I ricercatori comunque non escludono che, almeno in parte, questo effetto sia dovuto anche al fatto che la dieta vegana ha effetti positivi sul peso forma, sul livello di colesterolo e sulla produzione di alcuni ormoni, ma qui scendiamo troppo nei dettagli. Gli stessi autori comunque tengono a rimarcare pregi e difetti di questo studio ed esprimono la necessità di ulteriori esperimenti…soprattutto perché alcuni partecipanti che, dopo la dieta vegana, dovevano tornare alla “normalità” si sono rifiutati. Questo sicuramente supporta il fatto che i benefici erano senz’altro ben percepiti dai partecipanti, ma ha comportato qualche difficoltà nel confrontare le diverse condizioni!
La (mia) conclusione è che, se soffrite di emicrania o mal di testa frequenti, provare a modificare la vostra dieta non vi costa nulla, anzi. Come vi ho raccontato, ci sono diversi studi che dimostrano come una dieta vegana che abbia come base la frutta e la verdura non possa che fare bene sotto tantissimi aspetti. 
Se siete interessati a leggere l’articolo originale questi sono i riferimenti:

Bunner, A. E., Agarwal, U., Gonzales, J. F., Valente, F., & Barnard, N. D. (2014). Nutrition intervention for migraine: a randomized crossover trial. The Journal of Headache and Pain, 15(1), 69. doi:10.1186/1129-2377-15-69

http://www.thejournalofheadacheandpain.com/content/15/1/69 (lo trovate a questo link, è in inglese).

Un’ultima cosa, per rendere la lettura accessibile anche ai non addetti ai lavori, ho semplificato molto il lavoro di questi ricercatori e potrebbe sembrare che in quattro e quattr’otto questi studi si decidano, si facciano, si pubblichino e ciao. Errore – l’iter è lunghissimo e può richiedere anni di lavoro, di sforzi, frustrazioni e difficoltà. Quindi un applauso a queste persone!
Mi auguro che questo post non sia risultato troppo noioso e complicato. Buona settimana a tutt*!
Giunchiglia

domenica 9 novembre 2014

Come cucinano le giunchiglie: “Gli spaghetti dell’Orso”

 "Guarda con gli occhi di un altro e scopri cosa vuol dire essere fratelli."
Koda fratello orso, Walt Disney, 2004




Ultimamente sono assorbita dal mio lavoro e passo molto (troppo) tempo al pc. Morale della favola? Qui se qualcuno non cucina, c’è il rischio che si saltino i pasti o che si mangino schifezze. Ed ecco che è nata questa ricetta, chiamata dal suo creatore “Spaghetti dell’Orso”. Ero molto scettica perché gli esperimenti culinari ursidi si sono rivelati in passato o colpi di genio estremi o disastrose sconfitte. Comunque chi si trova la “pappa pronta” non può fare lo schizzinoso, quindi io apprezzo sempre gli sforzi e gli esperimenti! Questa volta, come avrete capito, è stato un colpo di genio assoluto, da leccarsi i baffi. 


Una precisazione. La ricetta nasce con gli spaghetti di riso, che non sono propriamente nostrani, anche se mi sembra che qualche azienda che produce riso anni fa avesse tentato di proporre una linea di pasta di riso. Comunque, questa versione, anche se ha tinte asiatiche, è ottima per gli intolleranti al glutine, tutti gli altri, possono usare spaghetti normali o qualunque altra pasta, direi. 



Procedo con la descrizione della ricetta.



Ingredienti:

- Spaghetti (noi di riso)
- 1 lattina di fagioli cannellini
- 1 zucchina
- 1 cipolla piccola (o ¼ di una normale)
- Olio extravergine d’oliva
- Passata di pomodoro
- Sale


Procedimento:

se usate gli spaghetti di riso, riempite una pentola di acqua fredda e immergetevi la quantità desiderata di spaghetti…e dimenticatevi della loro esistenza. Scaldate un po’ d’olio in una padella e fate soffriggere la cipolla. A questo punto unite la zucchina tagliata a cubetti e, dopo un po’, i fagioli cannellini scolati e sciacquati. Cuocete fino a che i fagioli non risulteranno un po’ secchi (sostanzialmente fateli tostare!). A questo punto aggiungete mezzo bicchiere di passata di pomodoro ed, eventualmente, un po’ d’acqua (se il sugo vi sembra troppo asciutto). Cuocete per qualche minuto e aggiustate di sale. A questo punto andate a recuperare gli spaghetti di riso, che si saranno un po’ ammosciati. Scolateli e buttateli nella padella insieme al sughetto. Fate saltare fino a che non si saranno ammorbiditi del tutto. 


Ecco qua gli Spaghetti dell’Orso!


Buona settimana,


Giunchiglia


venerdì 7 novembre 2014

PIZZOCCHERI IN VERDE




Buongiorno a tutti!
Stasera ricetta espressa, cotta e pubblicata!
E' super sia dal punto di vista del gusto che da quello nutrizionale quindi non perdo tempo.
Mettiamoci all'opera e nel giro di mezz'ora, quarantacinque minuti al massimo si mangia!

INGREDIENTI

Pizzoccheri
Coste, verza o entrambe
Cipolla
Prezzemolo a volontà
Olio evo
Sale e pepe qb

PREPARAZIONE

Rosolate in padella la cipolla con un filo d'olio evo ed una volta ben rosolata (se vi piacciono potete aggiungere le vostre spezie preferite) aggiungete verza e coste tagliate a listarelle. Cuocete a fuoco medio aggiungendo acqua di tanto in tanto se necessario, finché la verza sarà morbida.
Mentre la verdura cuoce mettete sul fuoco una bella pentola d'acqua dove cuocerete i pizzoccheri e preparate la salsa verde (non dovrete far altro che frullare tanto prezzemolo in un buon mixer aggiungendo olio qb fino ad ottenere una bella salsa tipo pesto e infine aggiustate di sale). Quando l'acqua bolle salate e tuffate i pizzoccheri che dovranno cuocere 10-12 minuti circa. Infine basterà saltare i pizzoccheri in padella con le verdure e per finire, una volta spento il fuoco, aggiungere salsa verde qb.
E ora buon appetito a tutti!

E SE VOLESSI METTERE LE MANI IN PASTA?!

Ecco accontentato chi vuole fare le cose come si deve facendo tutto quanto in casa come una vera massaia e anche chi, non vivendo nella ridente Lombardia, non riesce a reperire il glorioso pizzocchero nella propria zona. E' molto semplice, vi basterà munirvi di farina di grano saraceno e normale farina bianca, nello specifico nelle dosi di 2\3 di farina di grano saraceno e 1\3 di farina bianca. Ora non dovrete far altro che aggiungere un pizzico di sale e acqa poco alla volta, impastando finchè non otterrete un bel panetto sodo ma elastico.
Ora armatevi di mattarello e stendete una sfoglia dello spessore di tre mm circa. Suddividete la sfoglia in strisce larghe una decina di centimetri. Infine infarinate bene queste strisce (come fogli di lasagna), sovrapponetele e tagliate allegramente i vostri pizzoccheri che saranno così pronti per essere tuffati in acqua bollente salata con l'aggiunta di un filo d'olio per scongiurare la possibilità che si attacchino l'un l'altro.
Non saprei dire il tempo esatto di cottura ma dovrebbe aggirarsi in torno ai 15 minuti. Assaggiate e non sbaglierete!

Ovviamente come la normale pasta fresca può anche essere essicata ed usata successivamente.


A presto

Primula

domenica 2 novembre 2014

Stanchi di sentirvi rigidi come statue? Provate il pilates!

Mia nonna sgridava sempre me e mia sorella perché dopo pranzo ci mettevamo a guardare i cartoni animati sul divano a testa in giù. Sì, proprio con la testa piantata sul divano e le gambe sul muro dietro. Non si capacitava come potessimo digerire. Quando facevo i compiti, uguale: posizioni infattibili, piedi ovunque, schiena tutta storta. Adesso il mio lavoro (e il fatto di essere un po’ nerd) mi impone di stare ore seduta davanti al pc e le mie pessime abitudini in fatto di postura non sono cambiate, anzi, semmai sono peggiorate. Non vi dico i dolori al collo, alla schiena, quell’orribile dolore pungente tipico da mouse. Credo che la corsa mi abbia un po’ salvata in questi anni, ma devo dire che fino a un paio di anni fa ero rigida come un baccalà sotto sale (che poi, parlare di baccalà sotto sale in un blog vegano non è proprio il massimo, ma concedetemi il paragone e che il baccalà riposi in pace). Tipo che piegandomi a gambe unite e tese le mie mani non andavano oltre le ginocchia. Ecco, nemmeno la mia bisnonna era messa così.   
Così mi sono fatta coraggio e mi sono riavvicinata al pilates. Dico “ri” perché ci fu un primo incontro, direi non troppo entusiasmante e vi spiego subito il motivo. Il pilates è un tipo di attività che va fatta con molta cura e attenzione, si gioca tutto lì: i movimenti richiesti sono fini e vanno fatti in modo estremamente preciso. Per fare un esempio, è come quando da piccoli ci hanno messo in mano per la prima volta un pennarello con la punta fine e dovevamo colorare restando nei bordi: devi fare attenzione, punto e basta. Ecco. In molte palestre gli istruttori devono guardare anche 20, 30 persone per volta. Ora, se l’esercizio richiede un movimento molto fine e preciso, mi spiegate come il povero istruttore può controllare che tutta la truppa lo faccia bene? Secondo, i frequentatori dei corsi nelle palestre sono dei più disparati in termini di età, aspettative, preparazione fisica, passato sportivo eccetera. Se una come me, priva di memoria motoria, va a fare il corso di step o di zumba, si sente una cretina per le prime due volte e poi non va più, fine. Ma nel pilates non ti accorgi che stai sbagliando, a meno che l’istruttore non te lo faccia notare. Gli esercizi in sé non sono difficili da riprodurre nella maggior parte dei casi. Quindi, insomma, dopo la mia prima esperienza ero abbastanza delusa: non sentivo alcun beneficio e, soprattutto, mi annoiavo a morte. Nulla di positivo. Poi ho avuto una grande opportunità, cioè quella di avere una persona che mi insegnasse gli esercizi a tu per tu, mi correggesse e mi aiutasse a migliorare. Mezzora alla settimana (ma intensa!) e dopo 2 mesi le mie mani non solo avevano superato le ginocchia, ma con le dita toccavo il pavimento. Ad oggi la mia routine prevede tre serie di tre o quattro esercizi ciascuna, ogni serie ripetuta tre volte e si conclude con un'ultima serie di solo stretching, anche questa ripetuta tre volte. Ci sono diversi tipi di pilates (e vi rimando a Internet per ulteriori informazioni su storia eccetera), quello che pratico io non prevede l’uso di nessun attrezzo, quindi può essere tranquillamente fatto sul pavimento di casa o su un prato. Si chiama “matwork” proprio perché il mat (cioè il tappetino) è tutto quello che serve. 
I benefici che ne ho tratto sono davvero innumerevoli. Mi sento molto più flessibile, non ho mai male al collo o alla schiena, raramente (tipo due volte all’anno rispetto a tutti i giorni) sento quel dolore pungente sotto alla scapola tipico da mouse e, di solito, è in concomitanza con periodi in cui lavoro in modo particolarmente intenso e mi alleno meno. Sono meno “gobba” perché i muscoli addominali e dorsali sono più forti e mi aiutano a stare dritta. Inoltre, mi piace e mi rilassa molto, anche quando faccio fatica. 
Avevo pensato di proporre delle routine, ma mi risulta difficile spiegare gli esercizi a parole – come sempre il modo più semplice è una dimostrazione pratica. Quindi ecco il mio consiglio: cercatevi una palestra piccola, magari uno studio dove facciano pilates e basta (o pilates e yoga o altre discipline simili), oppure cercate un insegnante valido  e organizzatevi in gruppi piccoli, in modo da dividere la spesa. Imparate tutto quello che potete e poi esercitatevi, siate costanti e non arrendetevi, anche se all’inizio vi sentite rigidi e goffi. Guadagnate quel piccolo millimetro ogni volta nella strada che separa le vostre mani dal pavimento. Presto godrete di incredibili benefici, garantito! 

Spero che questo post vi sia stato utile e che vi abbia invogliato a provare questa bellissima (e utilissima) disciplina. 

Buona settimana a tutt*,
Giunchiglia

domenica 26 ottobre 2014

Vegani on the road: mangiare a Buenos Aires


Desde que se fue triste vivo yo,
caminito amigo yo también me voy.
Desde que se fue nunca más volvió,
seguiré sus pasos, caminito, adiós.
El Caminito, 1926

Partiamo dalla fine. Tratta Buenos Aires – Santiago: mi viene assegnato un posto vicino a una coppia con un bimbo di 18 mesi o giù di lì, mentre la mia compagna di viaggio ha un posto poco più indietro. Accenno un cordiale “Hi!” alla coppia e sorrido al bambino. Mi siedo e attendo che l’aereo decolli. La coppia parla spagnolo. Poco dopo il decollo arrivano gli assistenti di volo a portarci uno spuntino: panino con prosciutto e formaggio, sulle tratte corte spesso non si possono richiedere menù speciali, ma io ci provo lo stesso, dicendo: “I’m a vegetarian…” e nel dirlo sento un coro spagnolo alle mie spalle che dice “Somos vegetarianos…”. Scoppiamo tutti a ridere e iniziamo a chiacchierare (l’assistente di volo ci procura lo spuntino della prima classe, nel frattempo e lo dividiamo da buoni fratelli veg). Mi raccontano come sia difficile essere vegetariani a Buenos Aires, non parliamo di essere vegani. Sono stati vegani per quasi 10 anni, ma poi era troppo difficile e impegnativo. Mi dicono che essere vegetariani comporta di per sé escludere quasi a priori il lusso di mangiare fuori. Mi rincuoro: a livello alimentare i miei 12 giorni a Buenos Aires sono stati una lotta perenne. 
Ricominciamo dall’inizio, quindi, e facciamo un paio di precisazioni. Se viaggi in un Paese famoso per la carne, se viaggi con un gruppo di Australiani e Inglesi e se non sei in vacanza, ma ad un convegno mondiale a cui è concessa una mini pausa per rifocillarsi, e se non vuoi isolarti socialmente dal resto del gruppo,  scordati la tua bella e controllata dieta vegana. Giorno 1, dopo quasi 20 ore di viaggio (se mai doveste viaggiare con Qantas ordinate il pasto vegano anche se non lo siete: squisito!) avevamo fame. Sembra una barzelletta, ma siamo in 4: due Australiani, un Inglese ed io. I miei colleghi si dimostrano gentili e cerchiamo insieme un ristorante adatto. Dopo varie peregrinazioni (Buenos Aires, sera tardi, pioggia torrenziale), mi accontento di un ristorante pseudo-italiano e ordino un piatto di cannelloni, pensando “Per una volta mica mi farà male”. Il pensiero era del tutto sbagliato, ma avrei scoperto ben presto a mie spese che l’opzione latto-ovo era il male minore. Per la colazione mi procuro presto del latte di soia (nel mio spagnolo claudicante chiedo al supermercato se hanno latte di soia o di riso, il ragazzo mi sorride e mi dice “Forse tra i succhi” e mi accompagna…solo soia e sapore dolcissimo, ma va bene! Unisco cereali normali, quelli ci sono) e la colazione è salva. Insomma, i giorni si susseguono, i primi 4 piuttosto dolorosi, con crampi alla pancia, perché il mio stomachino, evidentemente, non era più abituato ai latticini, poi inizia ad andare meglio. Scopro che la frutta e la verdura sono ridicolmente economiche e ci sono tantissimi mini fruttivendoli che la vendono, non bella ma davvero buona. Purtroppo nessuno di questi è vicino al centro congressi, quindi faccio scorta di frutta, ma devo ancora pensare a un pasto principale. Scoviamo una specie di gastronomia che fa le famose empanadas ripiene di verdure e (ovviamente) formaggio a 12 pesos l’una (poco più di 1 euro), mio nutrimento per quasi l’intera conferenza. Alla sera alterno tra cene di sola frutta e pasta con sugo rosso assicurandomi che non ci siano formaggio e uova. Un giorno il convegno ci offre un pranzo al sacco. Avevo contattato l’organizzatrice per chiedere un’opzione veg, ma sono stata ignorata. La ragazza dello staff cerca di convincermi che il contenuto è vegetariano, ma le faccio notare che i panini sono col pollo. Lei mi guarda stupita e mi conferma: “Yes, chicken is vegetarian!”. Ringrazio e mi prendo la mia busta, scoprendo che ci sono anche due panini pomodoro e mozzarella e un brownie, distribuisco il resto tra i colleghi. L’organizzazione del convegno non contempla in nessun modo opzioni prive di carne, pesce, latticini, uova o glutine. Un collega è celiaco e anche lui rimane spesso a bocca asciutta. Ad una serata organizzata dal convegno conosco due ragazze vegetariane e ci teniamo in contatto. Vi lascio la lista di locali veg o veg-friendly (con indirizzo) che abbiamo trovato durante il convegno, caso mai potessero essere utili a qualcuno:


  • Buenos Aires Verde, Gorriti 5657
  • Arevalito, Arevalo 1478
  • Krishna Veggie, Malabio 1833
  • Greenlife, Corrientes 1915
  • Hierbabuena, Caseros 454
  • Lotos, Cordoba 1577
  • Los Sabios, Corrientes 3733
  • La Reina Kunti, Humahuaca 3461
  • Curcuma, Sarmiento 3685
  • Spring Restaurante, Guatamala 4452


Personalmente sono stata al ristorante Hierbabuena nel quartiere di San Telmo e lo raccomando assolutamente. Il quartiere è davvero caratteristico, l’interno del locale è molto carino, hanno opzioni vegane e gluten free per tutto e piatti vegani da menù. Oltre a questo sono estremamente cordiali, e, anche se non parlate la lingua (parlano un discreto inglese), si fanno in quattro per comunicare con voi (come del resto ovunque a BA). In quanto ai prezzi, per una prospettiva europea diciamo che siamo nella fascia media, mentre per Buenos Aires non è proprio economico. Hanno anche qualche (poche) opzioni con pesce, ma quella sera era tra i piatti del giorno, mentre sul menù era tutto veg. Pare che le colazioni siano spaziali. Sono andata con 3 colleghi onnivori e hanno davvero apprezzato. 
Detto questo, mi è stato assolutamente consigliato il sito Happy Cow (http://www.happycow.net/), da consultare prima di ogni viaggio per identificare i posticini in cui mangiare veg. Non l’ho ancora utilizzato, ma lo sperimenterò prestissimo e vi farò sapere! 
Per concludere, cibo a parte, ho assolutamente amato Buenos Aires, il tango, la cordialità delle persone e il loro modo amichevole di approcciarsi. Il convegno è stato molto interessante, ma credo che un meeting mondiale debba assolutamente tenere conto delle esigenze dietetiche di ognuno (dato che i costi di questi convegni sono anche sempre molto alti), perché chiunque, chi per religione, chi per salute, chi per motivi etici, ha il diritto di poter scegliere cosa mangiare. Mi spiace non aver chiesto ai nuovi amici veg sull’aereo un contatto perché lei è una pediatra specializzata in nutrizione ovviamente vegetariana e vegana e sarebbe stato interessante approfondire l’argomento, ma tra la brevità del volo, il mio orribile spagnolo e il suo inglese arrugginito, più un bimbo che si stava (giustamente) spazientendo, la conversazione non è stata delle più agevoli. 
Vi lascio sulle note di un tango argentino e con la speranza di sperimentare presto una empanada tutta vegan.
Hasta luego! 
Giunchiglia

giovedì 16 ottobre 2014

MIGLIO CON VERDURE SALTATE IN PADELLA


Buongiorno!
Oggi vi propongo una ricetta semplice ma di sicuro successo. E' molto gustosa ed altrettanto sana e ricca di nutrienti importanti per tutta la famiglia. Il protagonista principale è il miglio, per i più un illustre sconosciuto! Per molti si tratta semplicemente di cibo per canarini mentre in realtà, oltre a far felici i canarini, è un ottimo cereale fonte di nutrienti importanti come le vitamine del gruppo A e del gruppo B, oltre a calcio, ferro, potassio magnesio e acido folico. Quindi mi pare evidente che sia un cereale da riscoprire! Inoltre è privo di glutine, ottima notizia per gli amici celiaci ma più in generale per tutti noi che tendenzialmente abusiamo di un unico cereale. Indovinate? Il frumento. Troppo glutine non fa bene a nessuno perciò impariamo a utilizzare in cucina tutti i cereali che la natura ci offre, tra cui per l'appunto il miglio!
Questa è una ricetta semplice, ma pian piano scoprirete che il miglio ha mille utilizzi ad esempio per fare le polpette, per i dolci, per le zuppe....
Devo agli amici del Punto Macrobiotico la scoperta di questo super cereale, di cui loro fanno saggiamente largo uso.

INGREDIENTI

  • 1 bicchiere di miglio
  • 2 ½ bicchieri d'acqua
  • un po' di sale marino
  • carote e carciofi (oppure carote, zucchine, piselli freschi o surgelati e pomodorini aggiunti a crudo alla fine)


PREPARAZIONE


Lavate con acqua corrente il miglio utilizzando un colino. Cuocetelo in pentola con acqua (leggermente salata) in quantità pari a due volte e mezzo il suo volume (mettere il miglio in acqua subito, non aspettate che bolla). Da quando inizia a sobbollire il miglio avrà bisogno di circa trenta minuti per cuocere (dovrà essere abbastanza morbido, senza il cuore duro). Io utilizzo di solito la pentola a pressione per accorciare i tempi; in questo caso, a seconda del tipo di pentola, i tempi si ridurranno alla metà o a un terzo del tempo indicato (tempi calcolati dal fischio).
Nel frattempo potete soffriggere in padella con olio le verdure che avete scelto. Le carote e le zucchine vanno tagliate a fiammifero mentre i carciofi a fette sottili. Se vi piace potete insaporirle con curry o altre spezie di vostro gradimento. Quando il miglio sarà cotto e avrà assorbito tutta l'acqua l'ideale è stenderlo all'interno di una pirofila ampia, aggiungere un filo d'olio e tenerlo sgranato con la forchetta di tanto in tanto in modo da scongiurare il rischio che si trasformi in una palla! Una volta sgranato (anche con le mani una volta raffreddato un po') è il momento di aggiungere il condimento di verdure sempre all'interno della pirofila.
E' buono sia mangiato come insalata tiepida che scaldato al forno. Se poi siete abili nell'arte dell'autoproduzione di formaggi vegani fatti in casa potete anche esagerare gratinandolo al forno cosparso con il vostro formaggio casalingo!

NOTA FINALE

le proporzioni d'acqua per questa ricetta fanno si che si ottenga un miglio ben cotto ma non tendente a spappolarsi (gergo tecnico). Se invece volete fare una bella polentina di miglio la proporzione di acqua è di 4 tazze circa per una di miglio, che in questo caso dovrà cuocere più a lungo fino a sfaldarsi e creare una polentina ( si può fare ad esempio una polentina di miglio e carote rosolando in pentola a pressione tre-quattro carote a tocchetti ed aggiungendo poi il miglio ed infine l'acqua).

Buon appetito!

A presto
Primula